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Ebriamen

Maturità: Tesina sulla birra

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bè, come dire... unisco l'utile al dilettevole! :D

in primis giustifico la scelta di questa sezione, forse era più indicata la sezione off topic, ma mi è sembrata una mezza offesa al mio lavoro e inoltre il mio è un viaggio attraverso gli ultimi due secoli del millennio.

Inizierei con l'elencarvi un pò le materie, purtoppo ho ancora diversi punti deboli:
-Storia - Processo di industrializzazone della birra dal XIX° secolo ai nostri giorni (allego tesina già  fatta*)
- Filosofia - Nietzsche, Spirito*****nisiaco (è parecchio breve, nn riesco a parlare nemmeno per 5 minuti ed inoltre il collegamento è scarso, il tipo diceva che il buon poeta per poetare bene deve essere sbronzo [xx(] ... accetto consigli)
- Biologia - Fermentazione (in realtà  nel programma di 5a c'è la geografia generale, ma nn ho trovato agganci)
- Arte - Pop art, arte come parodia della realtà , proporrei quest'opera: [url]http://www.superstock.com/stock-photos-images/260-726[/url] anche quì nn è che il collegamento sia eccellente però tiene almeno
- Inglese - Orwell, saggio intitolato The Moon Under Water, parla tipo dei pub, allego brano in inglese chiedendo una traduzione** ;)
- Latino - Tacito, Germania (allego brano e traduzione*** sperando in qualche ritocco, ab62 help me) + panorama generale della visione della birra per i romani.
- Italiano - Saba, Dopo la tristezza (allego brano****) è il mio collegamento più debole, ma è l'unico che ho trovato s accetta ogni aiuto [xx(]


bè, tirate fuori le vostre idee please [B)]

p.s. mi scuso per le dimensioni, in effetti è una cosa mastodontica [B)]

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*Storia

buona lettura e correggetemi gli errori. Mi aggiornereste anche sulla situazione attuale dei grandi colossi dove c'è "___" ;)


Processo di industrializzazone della birra dal XIX° secolo ai nostri giorni


La data simbolica in cui si fa iniziare l’era industriale della birra è il 1789, anno in cui fu concesso dai sabaudi a Giovanni Baldassare Ketter di Nizza Monferrato il privilegio di fabbricare birra “per la città  e per il suo contado”.
In realtà , fino alla fine del XIX secolo, la produzione di birra in Italia sarà  a dimensione artigianale. Mancando la tecnologia necessaria per creare e controllare il freddo.

La rivoluzione industriale sconvolse irrimediabilmente il mondo della birra, trasformato da due fattori fondamentali: da una parte la meccanizzazione che permette di aumentare il volume prodotto e dall’altra la possibilità  di controllare rigorosamente ogni tappa della produzione in modo scientifico.
Tale industrializzazione della birra fu una conseguenza dei miglioramenti nell’efficienza del motore a vapore inventato nel 1765 da James Watt e della refrigerazione artificiale di Carl von Linde. Il termometro di Fahreinheit nel 1760, il densimetro e il saccarometro ideati negi primi anni dell’800, segnarono ulteriori passi in avanti nel processo di produzione della birra aumentando di molto l’efficienza della lavorazione, fu questo il periodo di nascita di numerosi birrifici tuttora in funzione come quello della Guinnes a Dublino.
Questi nuovi strumenti sono all’origine dei primi “quaderni di brassaggio” che permisero non solo di avere informazioni precise sulle diverse fasi di produzione, ma anche di fare comparazioni a diversi livelli tra i vari ingredienti della birra, in particolare tra i malti.
Bisogna aspettare tuttavia l’arrivo di Pasteur per assistere alla nascita della microbiologia nei processi di produzione. Infatti nel 1876 i lavori di Pasteur sulla fermentazione spianarono la strada alla comprensione dell’azione del lievito e a quella dei batteri responsabili dei problemi che portano al cattivo gusto. I risultati delle sue ricerche spingono le birrerie ad equipaggiarsi di un laboratorio e nel 1883 Emil Hansen della danese Carlsberg sviluppa la tecnica per isolare un’unica cellula di lievito che permetterà  finalmente ai birrai di esercitare un controllo totale prima sulla fase di fermentazione e poi su quella successiva di maturazione.
A Pasteur va dato anche il merito di aver proposto, negli anni subito successivi al 1857, la tecnica della pasteurizzazione (anche detta pastorizzazione) che consentì ai produttori di impedire l’inacidimento della bevanda a causa di lieviti selvaggi o batteri acetici e lattici e che quindi consentì una migliore conservabilità  del prodotto.

Si fa risalire alla prima metà  del 1800 anche la scoperta del ceppo di saccharomyces carlsbergensis (dal 1998 saccharomyces pastorianus) ad opera del microbiologo danese Emil Christian Hansen, che isolò il ceppo nei laboratori del birrificio danese Carlsberg dando vita alle prime birre a bassa fermentazione in opposizione alle già  diffuse ale dal ceppo Saccharomyces cerevisiae.
Questo ceppo diede modo ad Anton Dreher e a Gabriel Sedlmayr di creare in Germania lo stile Lager (con i successivi stili derivanti), gettando le basi per la nascita dello stile Pils ad opera del bavarese Josef Groll, allievo di Dreher, che, grazie alle materie prime ceche, (acqua particolarmente dolce, rinomato luppolo saaz e nuovi tipi di malti) diede vita alla Pilsner Urquell (cioè “fonte originale”) che in breve tempo divenne un punto di riferimento di moltissime birrerie. Questa birra si distingueva dalle classiche ale per il colore dorato e per l’aspetto pulito ed invitante, che ne favorirono la diffusione, grazie anche alla contemporanea diffusione delle bottiglie di vetro che permettevano al consumatore di ammirare tale bellezza.
Il primo birrificio industriale in Italia fu lo Spluga a Chiavenna nato nel 1840 che sfruttava la refrigerazione naturale dei crotti: cavità  nelle alpi di quella zona. Grazie a queste spaccature, che arrivavano sino alla sommità  delle montagne, l’aria fredda della cima scendeva direttamente fino alla base del crotto. Incanalando quest’aria si refrigeravano i serbatoi.

Al sorgere del nuovo secolo la birra comincia a diventare di moda, in pochi anni in Italia si contano quasi 100 fabbriche di birra e 600 milioni di ettolitri prodotti. Le aziende cominciano anche a dedicarsi alla comunicazione pubblicitaria per vendere meglio il loro prodotto.
Nel 1907, per riunire in un’unica associazione le diverse realtà  appena nate, prende vita l’Unione degli Industriali della Birra.
Dopo le difficoltà  dovute allo scoppio della Prima Guerra Mondiale (che comunque porterà  in dote all’Italia le città  di Trento e Trieste, con le loro 8 fabbriche avviate dagli austriaci tra le quali la Dreher di Trieste e la Forst di Merano) gli anni 20 rappresentano l’età  dell’oro per la birra in Italia. In questo periodo si affermano infatti aziende che presto diventeranno le grandi realtà  industriali del settore (Poretti, Pedavena, Moretti, Wà¼hrer, Menabrea, Peroni, Raffo, Ichnusa), la produzione di birra salirà  quindi di pari passo al consumo pro-capite.
Proprio a causa della popolarità  raggiunta in quel periodo tra gli italiani, le tassazioni sulla birra si fanno sempre più pesanti, tanto da costringere le aziende ad alzare il prezzo del loro prodotto. Negli anni 30 tuttavia, la crisi economica, accompagnata dalla mancanza di mano d’opera e di materie prime portò ad una nuovo calo dei consumi, in Italia, ma anche nel resto d’Europa. Le birrerie che ripresero il lavoro dovettero quindi meccanizzarsi, e ciò portò alla scomparsa di moltissimi birrifici artigianali.
Intanto negli Stati Uniti, dove la birra, di chiara ispirazione europea, aveva raggiunto un’altissima diffusione, fu stroncata dal Proibizionismo degli anni 20. Un atto di politica interna così rigido, fu giustificato da ragini di carattere morale e di difesa della salute. Infatti furono accusati di essere inclini all’alcol soprattutto i neri e gli immigrati che favorivano così la diffusione di una degradazione fisica e morale. Inoltre si pensava che l’abuso di alcol, oltre a causare l’insorgere della delinquenza, potesse ridurre la produttività  degli operai. Il mprovvedimento, tuttavia, non solo non ottenne gli effetti voluti, ma addirittura portò alla nascità  del traffico illegale di alcolici, praticato da numerose e ben organizzate bande criminali chiamate “gang”. Il contrabbando degli alcolici e la tendenza ad annacquarli per ottenere maggiori profitti in quell’epoca, è all’origine della preferenza degli statunitensi per una birra più leggera. Ancora oggi in nordamerica vengono prodotte ingenti quantità  di lager leggera e uniforme, perché se ne possa consumare in grande copia.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la situazione continuò a peggiorare, infatti inferirono sulla già  delicata situazione non solo i problemi economici, ma anche quelli legati ai continui bombardamenti ed alle requisizioni dei governi, specie quello tedesco, che smantellavano gli impianti di produzione e i bollitori di rame per convertirli in materie prime da usare poi per la produzione di guerra.
Nel secondo dopoguerra il numero di birrerie era ancora in diminuzione, inoltre si venivano a formare sempre più dei colossi, che acquistavano le birrerie più deboli, mentre invece la realtà  artigianale era praticamente sparita. Tale accentramento dei poteri, legato alla mentalità  imprenditoriale portò così ad un appiattimento della qualità  della birra e all’impoverimento delle attitudini sensoriali della popolazione stessa, gettando tra l’altro nell’oblio molti stili.
Dobbiamo arrivare alla seconda metà  del ventesimo secolo perché finalmente si noti una ripresa della produzione. Protagonista di questo rilancio fu la televisione: i grandi produttori ne colsero subito la grande potenzialità  e così il carosello fu “inondato” da fiumi di birra.
Nei primi anni settanta, grazie anche all’invenzione del frigorifero che consentì alla birra di accedere più facilmente alle famiglie italiane, crebbero notevolmente i consumi pro-capit; ma una nuova crisi, la congiuntura economica, colpì anche il settore birrario, già  pesantemente penalizzato dalla pressione fiscale. Le grandi industrie, puntarono ancora più sulla comunicazione, tentando di destagionalizzare il consumo della birra, fino ad allora reputata una bevanda esclusivamente estiva, e di esaltarne le virtù.
Tutt’oggi continuiamo ad assistere ad un accentramento sempre maggiore. Il grosso della produzione birraria mondiale è infatti legato a pochi nomi (InBev, Heineken, SabMiller___), anche se negli ultimi due decenni del secolo si è assisto ad una lenta ma costante ripresa della produzione, con la rinascita delle realtà  artigianali e con una nuova diffusione del gusto e della cultura del bere bene.



Le fonti sono molto varie, vanno da vecchi documenti che avevo, dal mio libro di storia e da innumerevoli notizie trovate liberamente sul web, se qualcuno trovasse delle part di proprie scritture nn esitasse a richiederne la scrittura della fonte



p.s. modificato con suggerimenti di cerevisia
p.p.s. semplificato il problema densimetro

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** Inglese

The Moon Under Water
by George Orwell
Evening Standard, 9 February 1946


My favourite public-house, the Moon Under Water, is only two minutes from a bus stop, but it is on a side-street, and drunks and rowdies never seem to find their way there, even on Saturday nights.

Its clientele, though fairly large, consists mostly of "regulars" who occupy the same chair every evening and go there for conversation as much as for the beer.
If you are asked why you favour a particular public-house, it would seem natural to put the beer first, but the thing that most appeals to me about the Moon Under Water is what people call its "atmosphere."
To begin with, its whole architecture and fittings are uncompromisingly Victorian. It has no glass-topped tables or other modern miseries, and, on the other hand, no sham roof-beams, ingle-nooks or plastic panels masquerading as oak. The grained woodwork, the ornamental mirrors behind the bar, the cast-iron fireplaces, the florid ceiling stained dark yellow by tobacco-smoke, the stuffed bull's head over the mantelpiece —everything has the solid, comfortable ugliness of the nineteenth century.
In winter there is generally a good fire burning in at least two of the bars, and the Victorian lay-out of the place gives one plenty of elbow-room. There are a public bar, a saloon bar, a ladies' bar, a bottle-and-jug for those who are too bashful to buy their supper beer publicly, and, upstairs, a dining-room.
Games are only played in the public, so that in the other bars you can walk about without constantly ducking to avoid flying darts.
In the Moon Under Water it is always quiet enough to talk. The house possesses neither a radio nor a piano, and even on Christmas Eve and such occasions the singing that happens is of a decorous kind.
The barmaids know most of their customers by name, and take a personal interest in everyone. They are all middle-aged women —two of them have their hair dyed in quite surprising shades—and they call everyone "dear," irrespective of age or sex. ("Dear," not "Ducky": pubs where the barmaid calls you "ducky" always have a disagreeable raffish atmosphere.)
Unlike most pubs, the Moon Under Water sells tobacco as well as cigarettes, and it also sells aspirins and stamps, and is obliging about Jetting you use the telephone.
You cannot get dinner at the Moon Under Water, but there is always the snack counter where you can get liver-sausage sandwiches, mussels (a speciality of the house), cheese, pickles and those large biscuits with caraway seeds in them which only seem to exist in public-houses.
Upstairs, six days a week, you can get a good, solid lunch —for example, a cut off the joint, two vegetables and boiled jam roll—for about three shillings.
The special pleasure of this lunch is that you can have draught stout with it. I doubt whether as many as 10 per cent of London pubs serve draught stout, but the Moon Under Water is one of them. It is a soft, creamy sort of stout, and it goes better in a pewter pot.
They are particular about their drinking vessels at the Moon Under Water, and never, for example, make the mistake of serving a pint of beer in a handleless glass. Apart from glass and pewter mugs, they have some of those pleasant strawberry-pink china ones which are now seldom seen in London. China mugs went out about 30 years ago, because most people like their drink to be transparent, but in my opinion beer tastes better out of china.

The great surprise of the Moon Under Water is its garden. You go through a narrow passage leading out of the saloon, and find yourself in a fairly large garden with plane trees, under which there are little green tables with iron chairs round them. Up at one end of the garden there are swings and a chute for the children.
On summer evenings there are family parties, and you sit under the plane trees having beer or draught cider to the tune of delighted squeals from children going down the chute. The prams with the younger children are parked near the gate.
Many as are the virtues of the Moon Under Water, I think that the garden is its best feature, because it allows whole families to go there instead of Mum having to stay at home and mind the baby while Dad goes out alone.
And though, strictly speaking, they are only allowed in the garden, the children tend to seep into the pub and even to fetch drinks for their parents. This, I believe, is against the law, but it is a law that deserves to be broken, for it is the puritanical nonsense of excluding children —and therefore, to some extent, women—from pubs that has turned these places into mere boozing-shops instead of the family gathering-places that they ought to be.
The Moon Under Water is my ideal of what a pub should be —at any rate, in the London area. (The qualities one expects of a country pub are slightly different.)
But now is the time to reveal something which the discerning and disillusioned reader will probably have guessed already. There is no such place as the Moon Under Water.
That is to say, there may well be a pub of that name, but I don't know of it, nor do I know any pub with just that combination of qualities.
I know pubs where the beer is good but you can't get meals, others where you can get meals but which are noisy and crowded, and others which are quiet but where the beer is generally sour. As for gardens, offhand I can only think of three London pubs that possess them.
But, to be fair, I do know of a few pubs that almost come up to the Moon Under Water. I have mentioned above ten qualities that the perfect pub should have and I know one pub that has eight of them. Even there, however, there is no draught stout, and no china mugs.
And if anyone knows of a pub that has draught stout, open fires, cheap meals, a garden, motherly barmaids and no radio, I should be glad to hear of it, even though its name were something as prosaic as the Red Lion or the Railway Arms.



una traduzione sarebbe gradita :D

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***Latino

Tacito - Germania

Potui umor ex hordeo aut frumento, in quandam similitudinem vini corruptus: proximi ripae et vinum mercantur. Cibi simplices, agrestia poma, recens fera aut lac concretum: sine apparatu, sine blandimentis expellunt famem. Adversus sitim non eadem temperantia. Si indulseris ebrietati suggerendo quantum concupiscunt, haud minus facile vitiis quam armis vincentur.



Come bevanda hanno un liquido, ricavato dall'orzo o dal frumento, fermentato pressappoco come il vino. I più vicini ai fiumi comprano anche vino. Semplici i cibi: frutti di campo, selvaggina fresca, latte cagliato: scacciano la fame senza sontuosità  e raffinatezze culinarie. Non sono altrettanto temperanti invece contro la sete. Se si asseconda il loro debole per l'ubriachezza, offrendo quanto desiderano, possono essere vinti coi vizi meglio che con le armi.





****Italiano

Dopo la tristezza

(da Trieste e una donna, 1910-12)

Questo pane ha il sapore d'un ricordo,
mangiato in questa povera osteria,
dov'è più abbandonato e ingombro il porto.

E della birra mi godo l'amaro,
seduto del ritorno a mezza via,
in faccia ai monti annuvolati e al faro.

L'anima mia che una sua pena ha vinta,
con occhi nuovi nell'antica sera
guarda una pilota con la moglie incinta;

e un bastimento, di che il vecchio legno
luccica al sole, e con la ciminiera
lunga quanto i due alberi, è un disegno

fanciullesco, che ho fatto or son vent'anni.
E chi mi avrebbe detto la mia vita
così bella, con tanti dolci affanni,

e tanta beatitudine romita!

Umberto Saba

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[quote]Ebriamen ha scritto:
** Inglese

The Moon Under Water
by George Orwell
Evening Standard, 9 February 1946
...
una traduzione sarebbe gradita :D
[/quote]
La traduzione è un po' libera nonchè errata e non chiara in diversi punti, al massimo domani la rivedo con più lucidità , il senso comunque si dovrebbe capire.
p.s. mi devi una birra, ovviamente una stout al "Moon Under Water"...


Il Moon Under Water
di George Orwell


Il mio pub preferito, il Moon Under Water, è a soli due minuti dalla fermata dell’autobus, ma in una strada laterale, e ubriachi e attaccabrighe non sembrano mai trovare la strada, neanche il sabato sera.

La sua clientela, sebbene numerosa, consiste perlopiù di "abituali" che occupano la stessa sedia ogni sera e vanno lì sia per conversare che per la birra.
Se qualcuno ti dovesse chiedere perchè preferisci un particolare pub, sembrerebbe naturale mettere al primo posto la birra, ma la cosa che più mi attrae del Moon Under Water è ciò che la gente chiama la sua "atmosfera".
Per cominciare, la sua intera architettura e l’arredamento sono inflessibilmente Vittoriani. Non ha tavoli rivestiti di vetro o altre miserie moderne, e, d’altro canto, nemmeno finte travi sotto il tetto, finti camini o pannelli di plastica spacciati per quercia. Il rivestimento in legno, lo specchio ornamentale dietro il bancone, la stufa di solido acciaio, il soffitto decorato macchiato di giallo scuro dal fumo, la testa di toro impagliata sul camino—ogni cosa ha il solido, comfortevole aspetto del diciannovesimo secolo.
D’inverno c’è solitamente un bel fuoco acceso in almeno due stanze, che unito allo stile Vittoriano del posto danno nell’insieme uno spazio accogliente. C’è un bar pubblico, uno con il servizio ai tavoli, uno per signore, una “bottiglia-e-caraffa” per quelli che sono troppo timidi per comprare la loro birra in pubblico e, al piano superiore, la sala da pranzo.
I giochi si fanno in pubblico, così puoi girare tranquillo tra le altre stanze senza dover costantemente stare attento ad evitare qualche freccetta volante.
Il Moon Under Water è sempre abbastanza tranquillo per poter conversare. Non hanno nè la radio nè il piano, e anche alla vigilia di Natale o in occasioni del genere il cantare rimane sempre decoroso .
Le cameriere conoscono la maggior parte dei propri clienti per nome, e si interessano personalmente di ognuno. Sono tutte donne di mezza età  â€”due di loro hanno i capelli tinti in toni abbastanza sorprendenti—e chiamano tutti "Caro", senza distinzione di sesso o età . ("Caro" non "Tesoro": I pub dove le cameriere ti chiamano "Tesoro" hanno sempre una discordante atmosfera ruffiana.)
Diversamente da molti pub, il Moon Under Water vende sia tabacco che sigarette, ma vende anche aspirine e francobolli, sono cortesi nel farti usare il telefono.
Non puoi cenare al Moon Under Water, ma c’è sempre il vassoio degli snack dove puoi prendere panini alla salsa di fegato, cozze (una specialità  della casa), formaggio, cetriolini e quei grossi biscotti ai semi di finocchio che sembrano esistere solo nei pub.
Al piano di sopra, sei giorni a settimana, puoi avere un buono e sostanzioso pranzo —per esempio, una fetta di carne, due verdure e un involtino di marmellata bollito—per circa tre scellini.
Il piacere speciale di questo pranzo è che puoi avere stout alla spina con esso. Dubito che neanche il 10 per cento dei pub di Londra serva stout alla spina, ma il Moon Under Water è uno di quelli. E’ una stout morbida e cemosa, meglio se servita in un boccale di peltro.
Al Moon Under Water sono molto attenti al servizio, e mai, per esempio, fanno l’errore di servire una pinta di birra in un bicchiere senza manico. Aldilà  dei bicchieri e dei boccali di peltro, hanno alcuni di quei piacevoli boccali cinesi di color rosa-fragola che oramai raramente si trovano a Londra. I boccali cinesi passarono di moda circa 30 anni fa, perchè la maggior parte della gente preferiva un bicchiere trasparente, ma secondo me la birra ha un gusto migliore in quelli cinesi.

La grande sorpresa del Moon Under Water è il suo giardino. Lasciando il salone attraversi uno stretto passaggio, e ti ritrovi in un grande giardino con platani, sotto i quail vi sono piccoli tavoli verdi con sedie d’acciao intorno. In un angolo del giardino ci sono le altalene e uno scivolo per i bambini.
Nelle sere d’estate ci sono feste familiari, e ti siedi sotto i platani a bere birra o sidro alla spina al suono delle urla divertite dei bambini che scendono giù dallo scivolo. I carrozzini con i bimbi più piccoli sono percheggiati vicino il cancello.
Molti sono i pregi del Moon Under Water, ma il giardino penso sia quello più grande, perchè permette a famiglie intere di andare lì invece di lasciare la mamma a casa a prendersi cura del bimbo mentre il papà  esce da solo.
E poi, in teoria, dovrebbero essere ammessi solo nel giardino ma sono soliti intrufolarsi all’interno del pub e tornare portando da bere ai propri genitori. Questo, credo, è contro la legge, ma è una legge che merita di essere infranta, per il suo puritano controsenso di escludere i bambini —e di conseguenza le donne—dai pub che sono diventati meri spacci di alcolici invece che luoghi di aggregazione per famiglie come dovrebbero essere.
Il Moon Under Water è il mio ideale di come un pub dovrebbe essere —sotto ogni aspetto, nella zona di Londra. (Le qualità  che ci si aspetta da un pub di campagna sono leggermente differenti).
Ma ora è tempo di svelare qualcosa che il lettore critico e disilluso avrà  probabilmente già  immaginato. Non esiste nessun Moon Under Water.
Bisogna dire che potrebbe anche esserci un pub con questo nome ma io non lo conosco, nè conosco nessun pub con tutte queste qualità .
Conosco pub dove la birra è buona ma non si mangia, altri dove puoi mangiare ma sono rumorosi e affollati, e altri tranquilli dove la birra è però generalmente acida. Per quanto riguarda i giardini, al momento me ne vengono in mente solo tre che ne hanno uno.
Ma, a essere onesti, conosco alcuni pub che quasi si avvicinano al Moon Under Water. Ho citato dieci qualità  che il pub perfetto dovrebbe avere e conosco un pub che ne ha otto. Ma lì, però, non c’è nesuna stout alla spina, e non ci sono boccali cinesi.
E se qualcuno conosce dei pub che hanno stout alla spina, fuoco nei camini, pasti economici, un giardino, cameriere materne e non hanno la radio, sarei ben lieto di saperlo, anche se il suo nome fosse prosaico come il Red Lion o il Railway Arms.



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[quote]st.david ha scritto:

[quote]Ebriamen ha scritto:
** Inglese

The Moon Under Water
by George Orwell
Evening Standard, 9 February 1946
...
una traduzione sarebbe gradita :D
[/quote]
La traduzione è un po' libera nonchè errata e non chiara in diversi punti, al massimo domani la rivedo con più lucidità , il senso comunque si dovrebbe capire.
p.s. mi devi una birra, ovviamente una stout al "Moon Under Water"...
[/quote]

[:150]

ci sono rimasto malissimo quando ha detto che nn esiste :(

cmq ringrazio tantissimo st.david per essersi messo a tradurre il mio brano mentre io dormivo beatamente già  da alcune ore ;)
nn potrò offrirti una stout al "Moon Under Water", ma contaci che se ci incontriamo te ne offro un'altra :D
e nn mi dimentico nemmeno di John priming, anche a lui devo una birra ;)
in raltà  dovrei birre a parecchi quì sul forum [:250]

grazie ancora st.david ;)

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[quote]Ebriamen ha scritto:

***Latino

Tacito - Germania

Potui umor ex hordeo aut frumento, in quandam similitudinem vini corruptus: proximi ripae et vinum mercantur. Cibi simplices, agrestia poma, recens fera aut lac concretum: sine apparatu, sine blandimentis expellunt famem. Adversus sitim non eadem temperantia. Si indulseris ebrietati suggerendo quantum concupiscunt, haud minus facile vitiis quam armis vincentur.

Come bevanda hanno un liquido, ricavato dall'orzo o dal frumento, fermentato pressappoco come il vino. I più vicini ai fiumi comprano anche vino. Semplici i cibi: frutti di campo, selvaggina fresca, latte cagliato: scacciano la fame senza sontuosità  e raffinatezze culinarie. Non sono altrettanto temperanti invece contro la sete. Se si asseconda il loro debole per l'ubriachezza, offrendo quanto desiderano, possono essere vinti coi vizi meglio che con le armi.
[/quote]

ebria, ci stai torchiando tutti per bene! siamo invitati alla festa di maturità , vero?:D

ottima traduzione (studentville... ;)) ti propongo un paio di varianti più letterali per spiegare il testo latino:

Come bevanda usano un liquido ricavato dall’orzo o dal frumento, che una volta fermentato ha una certa somiglianza al vino: i più vicini alle sponde (*) commerciano anche vino. I cibi sono semplici: frutti dei campi, selvaggina fresca (**), latte cagliato (***); scacciano la fame senza posate, senza condimenti. Contro la sete non c’è la stessa moderazione. Se si asseconda l'ebbrezza offrendo quanto desiderano, saranno vinti non meno facilmente con i vizi piuttosto che con le armi.

(*) proximi ripae: si intende le sponde del Reno, che segnava il confine tra i romani e i germani, e quindi mezzo di scambio di idee e merci
(**) recens fera: letteralmente bestie giovani. usando il termine "fera" penso che indichi animale selvaggio e quindi selvaggina
(***) lac concretum: latte "duro", quindi, per estensione, formaggio

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Se vuoi potresti aggiungere che il primo birrificio industrialein Italia fu lo Spluga a Chiavenna che sfruttava la refrigerazione naturale dei crotti, che sono delle cavità  nelle alpi di quella zona con spaccature che arrivano sino alla sommità  delle montagne. In pratica l'aria fredda dei 3000 metri arriva direttamente sino alla base del crotto. Incanalando quest'aria si refrigeravano i serbatoi. CIAO.

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Se le domande relative all'inventore del densimetro, servono per inserilo nella tesi, sappi che in industria non si utilizza il densimetro, ma il saccarometro. La misurazione dell'Original Gravity è una cosa puramente Inglese, il resto del mondo generalizzando usa i °P gradi plato, letti su un saccarometro. Un po come KM e miglia o litri e galloni, gli Inglesi si divertono così. CIAO.

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[quote]ebria, ci stai torchiando tutti per bene! siamo invitati alla festa di maturità , vero?[/quote]

mi sa che la mia maturità  sarà  più un funerale che una festa, cmq se passo (voto sperato almeno 70) ci facciamo una birra insieme al primo incontro, feste nn credo che ne farò :D

cmq grazie anche a te ab62 per l'aiuto ;)


[quote]Se vuoi potresti aggiungere che il primo birrificio industrialein Italia fu lo Spluga a Chiavenna che sfruttava la refrigerazione naturale dei crotti, che sono delle cavità  nelle alpi di quella zona con spaccature che arrivano sino alla sommità  delle montagne. In pratica l'aria fredda dei 3000 metri arriva direttamente sino alla base del crotto. Incanalando quest'aria si refrigeravano i serbatoi. CIAO.[/quote]


questo vedo di aggiungerlo, devo solo cercare qualche data.


[quote]Se le domande relative all'inventore del densimetro, servono per inserilo nella tesi, sappi che in industria non si utilizza il densimetro, ma il saccarometro. La misurazione dell'Original Gravity è una cosa puramente Inglese, il resto del mondo generalizzando usa i °P gradi plato, letti su un saccarometro. Un po come KM e miglia o litri e galloni, gli Inglesi si divertono così. CIAO.[/quote]

si, il post sul densimetro mi serve per storia, hai qualche testo web che posso consultare, o tipo hai qualche data?

thanks Cerevisia

p.s. per il resto hai trovato errori nella "Storia"? :)


quì:
"Tutt’oggi continuiamo ad assistere ad un accentramento sempre maggiore. Il grosso della produzione birraria mondiale è infatti legato a pochi nomi (InBev, Heineken, SabMiller), "

i tre nomi sono giusti o ultimamente ci sono stati acquisti, mi sembra che la Anheuser-Busch si sia fusa con la Inbev o qualcosa del genere...

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Nella storia che ho letto rapidamente, vista la lunghezza, non vedo errori, per le date, sai che io vado a memoria, non è che utilizzo siti, quindi le date non me le ricordo proprio, ma se fai una ricerchina, vedi che le trovi. Per quanto riguarda i gruppi birrari qualsiasi cosa scrivi probbabilmente sarà  già  cambiata, prima della presentazione, gli assetti societari dei signori della birra cambiano con una velocità  impressionante. Facciamo tutti il tifo per te poi però se non ci scappa una cisterna di birra, ci incaz.......CIAO.

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[quote]Ebriamen ha scritto:

***Latino
Si indulseris ebrietati suggerendo quantum concupiscunt, haud minus facile vitiis quam armis vincentur.

Non sono altrettanto temperanti invece contro la sete. Se si asseconda il loro debole per l'ubriachezza, offrendo quanto desiderano, possono essere vinti coi vizi meglio che con le armi.
[/quote]

vai tranquillo, con l'aiuto di areabirra non puoi fallire [8D]

ti aggiungo ancora una notazione a carattere "etico" - storico:

Tacito sembra suggerire che si possano sottomettere i germani con l'importazione indiscriminata nel loro territorio di bevande alcoliche. Nel XIX secolo su tanta parte delle terre colonizzate (indiani d'america ad es.) questa "tattica" fu largamente impiegata con risultati devastanti...

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grazie dell'in bocca al lupo velle, intanto ho ancora bisogno dell'aiuto di ab62 (sempre inchinandomi con baciamano), ho trovato alcuni brani di plinio il vecchio tratti dalla Naturalis Historia, ma nessuna traduzione, puoi aiutarmi?

questi gli estratti:

Ex iisdem fiunt et potus, zythum in Aegypto, caelia et cerea in Hispania, cervesia et plura genera in Gallia aliisque provinciis, quorum omnium spuma cutem feminarum in facie nutrit. nam quod ad potum ipsum attinet, praestat ad vini transire mentionem atque a vite ordiri medicinas arborum. (XXII, 164)

Est et occidentis populis sua ebrietas fruge madida, pluribus modis per Gallias Hispaniasque, nominibus aliis, sed ratione eadem. Hispaniae iam et vetustatem ferre ea genera docuerunt. Aegyptus quoque e fruge sibi potus similes excogitavit, nullaque in parte mundi cessat ebrietas, meros quippe hauriunt tales sucos nec diluendo ut vina mitigant. at Hercules illic tellus fruges parere videbatur. heu mira vitiorum sollertia! inventum est quem ad modum aquae quoque inebriarent. (XIV, 149)

Duo sunt liquores humanis corporibus gratissimi, intus vini, foris olei, arborum e genere ambo praecipui, sed olei necessarius; nec segniter in eo vita elaboravit. quanto tamen in potu ingeniosior fuerit, apparebit ad bibendum generibus centum octoginta quinque, si species vero aestimentur, paene duplici numero excogitatis tantoque paucioribus olei, de quo sequenti volumine dicemus. (XIV, 150)

Hydromeli quoque ex imbre puro cum melle temperabatur quondam, quod daretur adpetentibus vini aegris veluti innocentiore potu, damnatum iam multis annis, isdem vitiis quibus vinum nec isdem utilitatibus (XXXI, 36)


di alcuni di questi pezzi nn so nemmeno di cosa parlano, però dovrebbero avere a che fare con la birra, l'ultimo riguarda l'idromele.
Perdonami per le mille richeste ab, ma mi manca solo questa parte per finire anche la parte di latino (che poi posterò) [:I]

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minkia Ebria :D
traduzioni non precisissime...

[quote] Ebriamen ha scritto:

Ex iisdem fiunt et potus, zythum in Aegypto, caelia et cerea in Hispania, cervesia et plura genera in Gallia aliisque provinciis, quorum omnium spuma cutem feminarum in facie nutrit. nam quod ad potum ipsum attinet, praestat ad vini transire mentionem atque a vite ordiri medicinas arborum. (XXII, 164)
[/quote]

Dagli stessi (cereali) si produce anche una bevanda, (chiamata) zithum in Egitto, caelia e cerea in Spagna, cervesia ed diversi (altri) nomi in Gallia e nelle altre province; la spuma di tutte queste (bevande) è usata dalle donne come cosmetico per il viso (*). Ma per quanto attiene alla bevanda in sè, è meglio passare al vino, cominciando dalla vite (la discussione) sui medicinali vegetali.

(*) letterale: delle quali tutte, la spuma nutre la pelle sul viso delle donne

[quote] Ebriamen ha scritto:

Est et occidentis populis sua ebrietas fruge madida, pluribus modis per Gallias Hispaniasque, nominibus aliis, sed ratione eadem. Hispaniae iam et vetustatem ferre ea genera docuerunt. Aegyptus quoque e fruge sibi potus similes excogitavit, nullaque in parte mundi cessat ebrietas, meros quippe hauriunt tales sucos nec diluendo ut vina mitigant. at Hercules illic tellus fruges parere videbatur. heu mira vitiorum sollertia! inventum est quem ad modum aquae quoque inebriarent. (XIV, 149)
[/quote]

Anche la gente dell'occidente trova la sua ebbrezza da cereali ed acqua, nelle Gallie e nelle Spagne in molti modi e con nomi diversi, ma con lo stesso esiti. Le Spagne insegnarono che tali generi (di bevande) sopportano anche l'invecchiamento. Anche l'Egitto ricavò bevande simili dai cereali, e in nessuna parte del mondo manca l'ebbrezza, e in più bevono tali succhi puri e non li mitigano diluendoli come il vino. Ma - per Ercole - lì sembra che la terra produca (solo) cereali. Oh, quale solerzia dei vizi! E' stato trovato il modo di inebriare anche con l'acqua.

[quote] Ebriamen ha scritto:

Duo sunt liquores humanis corporibus gratissimi, intus vini, foris olei, arborum e genere ambo praecipui, sed olei necessarius; nec segniter in eo vita elaboravit. quanto tamen in potu ingeniosior fuerit, apparebit ad bibendum generibus centum octoginta quinque, si species vero aestimentur, paene duplici numero excogitatis tantoque paucioribus olei, de quo sequenti volumine dicemus. (XIV, 150)
[/quote]

Due sono i liquidi maggiormente graditi al corpo umano: per l’uso interno il vino, per quello esterno l’olio, entrambi prodotti importantissimi degli alberi; ma l’olio è necessario, né l’uomo ha lesinato per lui l’impegno. Quando tuttavia egli sia stato più ingegnoso per il bere, si evincerà  dal fatto che ha creato 185 qualità  diverse di vino, che diventano quasi il doppio, tenendo conto delle varie attività , mentre in numero molto più scarso sono le qualità  d’olio, di cui parleremo nel libro seguente.

[quote] Ebriamen ha scritto:
Hydromeli quoque ex imbre puro cum melle temperabatur quondam, quod daretur adpetentibus vini aegris veluti innocentiore potu, damnatum iam multis annis, isdem vitiis quibus vinum nec isdem utilitatibus (XXXI, 36)
[/quote]

questo non riesco a tradurtelo, ti lascio questo:
Plinio in altro luogo nota, che a suo tempo l' idromele non si dava più agl'infermi, giudicandolo dannoso al pari del vino, e non al pari profittevole : Hydromeli quoque ex imbre puro... [url]http://www.archive.org/stream/bibliotecarara15daeluoft/bibliotecarara15daeluoft_djvu.txt[/url]

ciao + fammi sapere se ok ;)

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ab62, vorrei avere solo un quarto delle tue conoscenze di latino! potrei finalmente smettere di copiare i compiti in classe :D

nn fa niente per l'idromele, nn lo metterò per quanto riguarda il terzo brano dato che parla solo di vino e olio credo che lo scarterò scusa se te l'ho fatto tradurre inutilmente.

gli altri due invece sono oro, adesso li monto e poi posto la "tesina di latino" ;)

grazie ancora ab62, sei il mio salvatore :)

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[quote]Ebriamen ha scritto:

... sei il mio salvatore :)
[/quote]

salvator?! mi sento quasi una doppelbock :D

controlla bene le traduzioni... in bocca al lupo ;)

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ed ecco il latino:



L’Impero e la birra


La più antica testimonianza della produzione di birra sul suolo germanico risale all’800 a.C. ed è costituita da un’anfora da birra rinvenuta vicino a Kulmbach (località  situata a nord-est della baviera).
Tra i germani lo stato d’alterazione creato dalla birra fu considerato divino, al punto che si pensava fosse la rappresentazione della Dea Birra che si impossessava del corpo del bevitore. La produzione di birra assunse un ruolo fondamentale nella quotidianità  di questi popoli, cosi che la birra non fu più considerata esclusivamente bevanda da offrire in sacrificio agli dei, bensì trovò spazio su gran parte delle tavole degli antichi Germanici. Inoltre la non-deperibilità  della birra, data dalla presenza di alcol, contribuì all’innalzamento dell’età  media ed al miglioramento della salute della popolazione, mentre le sue capacità  automedicali alleviarono i disagi di una vita in un mondo ostile.

I Romani chiamarono la propria birra cerevisia, da “Ceres”, Cerere, la dea dell'agricoltura e della fertiità , e da “vis”, termine latino che significa "forza".
Nella penisola italica la birra era ritenuta spregevole in quanto in tutte le terre conquistate, divenute poi Province romane, questa bevanda aveva larghissima diffusione e godeva di grande prestigio. Tuttavia in tutto l’Impero si consumava abitualmente birra anche se veniva considerata una bevanda “pagana e plebea” al confronto del “divino e nobile” vino. Probabilmente i condottieri la consumavano abitualmente quando si trovavano nelle Province conquistate, non trovando nulla di meglio in loco, per il loro gusto. Non la apprezzavano particolarmente, ma nemmeno la disprezzavano, usando nei confronti di questa bevanda la classica tolleranza romanica.

Tuttavia è nel I° secolo d.C. che ritroviamo la maggior parte di riferimenti a tale bevanda. Infatti in questi anni Roma era diventata sovrana su un territorio immenso che comprendeva anche le regioni settentrionali d'Europa. I Latini tra le tante manifestazioni ostentative di civiltà  e di potenza si preoccupavano di bere buon vino. Ai barbari lasciavano fare la birra anzi ne incentivavano anche la produzione. In Germania, per esempio, nacquero vere e proprie fabbriche che producevano regolarmente anche tre tipi di birra: una rossa, saporita e corposa; una bianca leggera in cui si utilizzavano le acque di lavaggio delle trebbie e una medicinale di particolare robustezza nella quale venivano messe droghe e spezie. In Gallia fu il decreto dell'anno 92 dell'imperatore Domiziano a potenziare la produzione della birra e a diffonderne il consumo. Per proteggere il vino italiano l’imperatore dell'Urbe ordinò infatti la distruzione delle vigne francesi e ne vietò il reimpianto. L’editto rimase in vigore centottantaquattro anni: per la birra e i birrai fu un vero affare.

Non sembra azzardata l'ipotesi che anche Trimalchione, il ricchissimo liberto descritto da Petronio nel suo “Satiricon”, bevesse birra egiziana, per sfoggiare un prodotto esotico con i suoi commensali. Al termine del pranzo, raccontato con arguta dovizia da Petronio, sorprese i suoi ospiti facendo girare fra i commensali un sarcofago con dentro uno scheletro, tipica usanza di ogni fine pranzo dei Faraoni i quali volevano così ricordare ai loro ospiti la caducità  della vita, richiamandoli verso pensieri meno banali del mangiare e bere.


Potantibus ergo nobis et accuratissime lautitias mirantibus laruam argenteam attulit seruus sic aptatam, ut articuli eius uertebraeque laxatae in omnem partem flecterentur. Hanc cum super mensam semel iterumque abiecisset, et catenatio mobilis aliquot figuras exprimeret, Trimalchio adiecit: "Eheu nos miseros, quam totus homuncio nil est! Sic erimus cuncti, postquam nos auferet Orcus. Ergo uiuamus, dum licet esse bene."

Mentre noi tracanniamo e osserviamo attoniti tutto quel ben di*****, arriva un servo con uno scheletro d'argento costruito in maniera tale che lo snodo delle vertebre e delle giunture permetteva qualunque tipo di movimento. Dopo averlo buttato a più riprese sul tavolo facendogli assumere varie posizioni grazie alla struttura mobile, Trimalcione aggiunge: «Ahimè, miseri noi, che cosa da nulla è un pover'uomo. Noi tutti saremo così il giorno che l'Orco ci prende. Ma allora viviamo, finché possiamo stare bene».
Se Trimalcione conosceva così bene questa usanza, doveva conoscere altrettanto bene la birra egiziana, e non è improbabile che in qualche pranzo successivo abbia offerto zythum e curmy, anche per risparmiare una volta tanto il suo preziosissimo “Falernum Opimianum annorum centum”!


Statim allatae sunt amphorae uitreae diligenter gypsatae, quarum in ceruicibus pittacia erant affixa cum hoc titulo: "Falernum Opimianum annorum centum". Dum titulos perlegimus, complosit Trimalchio manus et: "Eheu, inquit, ergo diutius uiuit uinum quam homuncio. Quare tangomenas faciamus. Vita uinum est. Verum Opimianum praesto. Heri non tam bonum posui, et multo honestiores cenabant."

Un secondo dopo ecco arrivare delle anfore di cristallo scrupolosamente sigillate e con alcune etichette attaccate al collo recanti la scritta: «Falerno Opimiano di cento anni». Mentre eravamo presi a leggere, Trimalcione batté le mani urlando: «Ohimè, dunque il vino vive più a lungo di un pover'uomo. Ma allora non indugiamo a scolarcelo! Il vino è vita e questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono, eppure avevo a cena gente ben più di riguardo».


Decisamente scientifico è il commento di Plinio il Vecchio, autore dell’enciclopedia “Naturalis Historia” scritta nel 77 d.C.. Nel libro XXII e nel libro XIV ci fa sapere che la birra a Roma era conosciuta ma poco consumata, per lo più impiegata nella cosmesi femminile per la pulizia del viso e quale nutrimento per la pelle. Nelle Province invece era molto apprezzata e largamente diffusa, dalla penisola iberica alla Francia all'Egitto, e nella sua Historia ce ne descrive minuziosamente due tipi: la zythum egiziana e la cervisia della Gallia.


Ex iisdem fiunt et potus, zythum in Aegypto, caelia et cerea in Hispania, cervisia et plura genera in Gallia aliisque provinciis; quorum omnium spuma cutem feminarum in facie nutrit*. Nam quod ad potum ipsum attinet, praestat ad vini transire mentionem atque a vite ordiri medicinas arborum. (XXII, 164)

*quorum omnium… nutrit: letteralmente “delle quali tutte, la spuma nutre la pelle sul viso delle donne”

Dagli stessi (cereali) si produce anche una bevanda, (chiamata) zythum in Egitto, caelia e cerea in Spagna, cervisia ed diversi (altri) nomi in Gallia e nelle altre province; la spuma di tutte queste (bevande) è usata dalle donne come cosmetico per il viso. Infatti per quanto attiene alla bevanda in sè, è meglio passare al vino, cominciando dalla vite (la discussione) sui medicinali vegetali.
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Est et occidentis populis sua ebrietas fruge madida, pluribus modis per Gallias Hispaniasque, nominibus aliis, sed ratione eadem. Hispaniae iam et vetustatem ferre ea genera docuerunt. Aegyptus quoque e fruge sibi potus similes excogitavit, nullaque in parte mundi cessat ebrietas, meros quippe hauriunt tales sucos nec diluendo ut vina mitigant. At Hercules illic tellus fruges parere videbatur. Heu mira vitiorum sollertia! inventum est quem ad modum aquae quoque inebriarent. (XIV, 149)

Anche la gente dell'occidente trova la sua ebbrezza da cereali ed acqua, nelle Gallie e nelle Spagne in molti modi e con nomi diversi, ma con lo stesso esito. Le Spagne insegnarono che tali generi (di bevande) sopportano anche l'invecchiamento. Anche l'Egitto ricavò bevande simili dai cereali, e in nessuna parte del mondo manca l'ebbrezza, e in più bevono tali succhi puri e non li mitigano diluendoli come il vino. Ma per Ercole lì sembra che la terra produca (solo) cereali. Oh, quale solerzia dei vizi! E' stato trovato il modo di inebriare anche con l'acqua.


In entrambi questi estratti Plinio sembra comunque preferire il vino, probabilmente soltanto perché non vedeva di buon occhio una bevanda alcolica che si producesse partendo essenzialmente dall’acqua e che veniva bevuta in gran quantità  così com’era; mentre il vino, essendo prodotto partendo già  dalla venerata e sacra vite, era considerato un dono degli dei, esso inoltre veniva bevuto spesso allungato con acqua e miele.

Tacito, nel 98 d.C., ci da invece nel suo “Germania” (“De origine et situ Germanorum” - “L’origine e la regione dei Germani”) una vivace testimonianza della birra nel mondo germanico, descrivendola però in termini tutt'altro che lusinghieri, come un vino d'orzo, grossolano, dal sapore sgradevole.
Probabilmente non era lontano dal vero, poiché in quei tempi quel popolo doveva essere ancora ben lontano dal produrre birra come quella che conosciamo noi oggi. Ma Tacito era anche un grande estimatore di vino, che consumava in ragguardevoli proporzioni, dal ché il suo giudizio sulla birra può sembrare alquanto di parte.


Potui umor ex hordeo aut frumento, in quandam similitudinem vini corruptus: proximi ripae* et vinum mercantur. Cibi simplices, agrestia poma, recens fera** aut lac concretum***: sine apparatu, sine blandimentis expellunt famem. Adversus sitim non eadem temperantia. Si indulseris ebrietati suggerendo quantum concupiscunt, haud minus facile vitiis quam armis vincentur.

(*) proximi ripae: si intende le sponde del Reno; fiume che segnava il confine tra i romani e i germani, e quindi mezzo di scambio di idee e merci.
(**) recens fera: letteralmente “bestie giovani”. Tuttavia con il termine "fera" l’autore indica l’animale selvaggio e quindi la selvaggina.
(***) lac concretum: “latte duro", quindi, per estensione, formaggio.

Come bevanda hanno un liquido, ricavato dall'orzo o dal frumento, che una volta fermentato ha una certa somiglianza al vino: i più vicini alle sponde commerciano anche vino. I cibi sono semplici: frutti di campo, selvaggina fresca, latte cagliato: scacciano la fame senza posate, senza condimenti. Non sono altrettanto temperanti invece contro la sete. Se si asseconda il loro debole per l'ubriachezza, offrendo quanto desiderano, possono essere vinti coi vizi meglio che con le armi.


In questo testo Tacito sembra suggerire che si possano sottomettere i germani con l'importazione indiscriminata nel loro territorio di bevande alcoliche, data la loro incapacità  di darsi dei limiti nel bere, nonostante tra le massime di Odino, c’è l’ammonizione ad evitare l’uso eccessivo di bevande fermentate per “non arrecar danno alla specie mortale”.

Non dello stesso parere il suocero di Tacito, Gneo Giulio Agricola, che rientrando a Roma dalla Britannia nell’85 d.C., si portò dietro da Gloevum, l’odierna Gloucester tre esperti birrai ed aprì quella che oggi si chiamerebbe “microbirreria”. Egli probabilmente, proprio a causa dei molti anni passati lì, imparò ad amare la birra, non riuscendo a farne a meno neppure tornato in Italia.

Alla caduta dell’Impero Romano la produzione di birra in Italia cessò di colpo, infatti, i barbari distrussero, tra le altre cose, gli esigui impianti di brassaggio. Più tardi fu poi la Chiesa che riprese la produzione di questa bevanda, mantenendone il monopolio per tutto il MedioEvo. Ancora oggi ci sono dei monasteri all’interno dei quali viene prodotta birra.



_____
perdonatemi la lunghezza, se trovate errori o avete qualcosa da aggiungere nn esitate ;)

dove parla di Agricola mi sono dannato ore a trovare qualche brano di riferimento ma niente, quindi mio malgrado l'ho citato senza "prove".

byez ;)



ah, dimenticavo una parte fondamentale, per i riferimenti c'è tutto il web, parecchi siti, anche se ho notato che più di una volta la "storia della birra" è copiata uguale da sito a sito, tra i siti che ho visto ricordo mondobirra.org e kuaska.it, birra.it, areabirra.it ;)

ovviamente ci sono molte delle cose dettemi da ab62 (che ringrazio ancora infinitamente) e le sue traduzioni. ;)

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Aggiornato il post con alcune correzioni, tocca offrire da bere anche alla mia ragazza che mi ha aiutato in questo, ma te la cavi probabilmente con un tè alla pesca :)

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bè, mi dispiace, ma nn potrò offrire tè alla pesca alla tua ragazza... ma può sicuramente contare su un Lambic Peche! :D

bè, anche in questo caso, ringraziare all'infinito mi sembra poco, grazie st.david ;)

a breve posterò anche il lavoro di inglese :)

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bè, dopo un "breve" periodo di "mi sono rotto le palle di sgobbare per l'esame" da un paio di giorni mi sono rimesso in carreggiata, ecco scienze:


Lieviti e fermentrazione del mosto



“La fermentazione è una ebullizione causata da spiriti che, cercando una via d’uscita da qualche corpo e incontrando delle pareti terrestri e grossolane che si oppongono al loro passaggio, fanno gonfiare e rarefare la materia fino a quando essi si siano staccati. Ora in questo distacco, gli spiriti dividono assottigliano e separano i principi, rendendo così la materia di natrura diversa da quella che era precedentemente” (Lémery, 1684)

Fu Luis Pasteur nella seconda metà  dell’800 a scoprire che la fermentazione avviene ad opera di diversi microorganismi di forme diverse. Questa scoperta gettò le basi della microbiologia condizionando molti campi del sapere umano. Oggi, per microbi intendiamo tutti gli organismi unicellulari (lieviti, batteri, protozoi, muffe e alcune alghe). Tuttavia la microbiologia, ed in particolare quella degli alimenti, si limita allo studio di lieviti, alcuni batteri (acetici e lattici) e muffe, che intervengono direttamente nella produzione dei fermentati. Questi organismi appena citati hanno la necessità  di nutrirsi di sostanze organiche, come tutti gli animali; da qui la loro capacità  di trasformare sostanze nutritive come gli zuccheri in materiale di scarto quali l’etanolo o l’acido acetico e lattico.

Le condizioni di aereazione del mezzo, condizionano in maniera determinante lo sviluppo dei batteri nel mosto. I batteri si possono quindi suddividere, a seconda del loro rapporto con l’ossigeno, nei seguenti gruppi:
- aerobi: sono quei microbi che necessitano della presenza di ossigeno per svilupparsi, vengono anche detti “aerobi obbligati”. Sono tali i batteri acetici;
- anaerobi facoltativi: sono quei batteri che non hanno bisogno di ossigeno, ma che possono sviluppare più o meno abbondantemente anche in presenza di questo. Sono tali i batteri lattici;
- anaerobi: sono quei batteri che non solo non hanno bisogno di ossigeno ma che, sono inibiti dalla sua presenza.

I lieviti hanno invece un comportamento diverso da quello dei batteri, potendo sviluppare sia in condizioni aerobiche che in condizioni di anaerobiosi. Essi infatti sono dotati sia di attività  respiratoria che di attività  fermentativa. In presenza di aria i lieviti utilizzano il glucosio respirandolo, in assenza di aria ne provocano la fermentazione alcolica:
C6H12O6 -->2C2H5OH + 2CO2
Nella produzione di fermentati è quindi importante che il mosto sia ben ossigenato all’inoculo dei lieviti, così da favorirne l’attività  respiratoria, permettendone la sua riproduzione. Successivamente deve essere invece protetto dal contatto con l’ossigeno, altrimenti non si ha alcuna fermentazione e tutti gli zuccheri vengono consumati senza alcuna produzione di alcool etilico.

Altri fattori che influenzano lo sviluppo dei microbi sono la temperatura, il pH, la concentrazione zuccherina (OG - Gradi Plato) e in maniera minore la pressione.
- La temperatura è il più importante parametro da controllare in fase di fermentazione e di maturazione. Distinguiamo una temperatura minima ed una temperatura massima al di sotto e al di sopra della quale le cellule si addormentano; ci sono poi due temperature ottimali, una di moltiplicazione e una di fermentazione: la prima è generalmente vicina alla temperatura massima, e comporta un rapido sviluppo dei microorganismi che si riproducono velocemente e che muoiono altrettanto rapidamente, la seconda è invece più vicina all’intervallo inferiore di temperatura e permette una fermentazione più lenta, completa e controllata; infine c’è la temperatura mortale, che porta alla morte di tutte le cellule sottoposte, essa consta di due variabili, la temperatura (generalmente superiore ai 50°) e il tempo di esposizione: la temperatura mortale è tanto più alta, quanto più breve è il tempo di esposizione.
- Il pH del mezzo è un altro fattore importante per lo sviluppo di microorganismi nel mosto, anche qui è importante fare delle distinzioni. I lieviti prediligono pH acidi (3,5-4,5) i batteri prediligono invece pH neutri (minimo a 6). Fanno però eccezione i batteri acetici e lattici che invece hanno minimi piuttosto bassi (minimo a 3) nonostante i massimi siano a valori comunque alti. Ciò spiega anche perché questi ultimi due batteri siano quelli più temuti sia in campo brassicolo che in campo enologico, in quanto il pH delle birre è generalmente compreso tra i 4 e 5,5, mentre quello dei vini invece si aggira sui valori decisamente più bassi (di ca. 3 - 3,5), ma comunque entro il range di questi due batteri.
- La concentrazione zuccherina (strettamente collegata all’Original Gravity (OG) misurata con densimetro e al grado plato cioè alla quantità  di zuccheri presenti per unità  di volume) è un altro elemento che condiziona l’andamento della fermentazione. Gli organismi di nostro interesse iniziano a mostrare segni di rallentamento a partire da concentrazioni zuccherine del 20%, raramente riescono a svilupparsi a concentrazioni superori al 40%. Tuttavia sono stati isolati nel miele a concentrazione zuccherina di circa il 70% alcuni lieviti, che non hanno però per noi alcun interesse.
- La pressione invece è quasi sempre irrilevante: ai livelli ordinari non ha alcun effetto, mentre è letale per tutti i microorganismi a circa 1000 atmosfere.

Ho citato quindi due tipi di batteri, quelli acetici e quelli lattici, analizziamoli.
I batteri acetici sono quei batteri che ossidano l’alcool etilico in acido acetico, provocando la cosiddetta fermentazione acetica. Tra gli acetobatteri appartenenti al genere Acetobacter tutti sono dotati di azione ossidativa dell’alcool etilico anche se non con uguale intensità , ma solo alcuni sono capaci di ossidare ulteriormente l’acido acetico in CO2 o H2O. Questi batteri sono aerobi obbligati, ed il metabolismo è solo respiratorio mai fermentativo, hanno un ottimo di temperatura di circa 30° e un minimo decisamente basso a 5°, tuttavia l’acidità  prodotta alla temperatura media di fermentazione (20°) è circa la metà  di quella prodotta a 28°; sviluppano a pH piuttosto bassi, ma hanno l’ottimo a livelli di 5,4-6,3; sopportano bene la presenza di alcool etilico (volume alcolico superiore 14%) anche se tale valore varia molto da ceppo a ceppo ed hanno la capacità  di mutare questa tolleranza nel mosto stesso. Questi batteri, inoltre, non avendo particolari esigenze nutrizionali sono i più temuti rivali delle fermentazioni, la loro azione viene rallentata dall’azione fermentativa del saccharomyces cerevisiae che produce, nella sua attività  fermentativa, rilevanti quantità  di anidride solforosa (potente inibitore), ed essendo aerobi obbligati, è importante evitare nelle fasi di produzione delicate il contatto del mosto con l’ossigeno per non privarli dell’elemento fondamentale di riproduzione.
I batteri lattici invece sono quei batteri che per fermentazione degli zuccheri producono prevalentemente acido lattico (con notevoli distinzioni da genere a genere). Comprendono diversi generi, specie e sottospecie, spesso di difficile distinzione. Sono anaerobi o anaerobi facoltativi; hanno ottimi di temperatura compresi tra i 25° e i 45°C e pH ottimale a livelli molto differenti da 5 a 7 (raramente a 3); presentano la capacità  di tollerare gradi alcolici relativamente alti (anche superiorei a 10) e una buona resistenza all’anidride solforosa. Il punto debole principale di questi batteri sono le esigenze nutrizionali molto complesse, nonché l’esigenza di un pH abbastanza alto.
Per quanto riguarda i lieviti invece, quelli di interesse brassicolo, sono appartenenti al genere Saccharomyces (caso a parte sono i lambic a fermentazione spontanea), diviso a sua volta in diverse specie, ancora oggi oggetto di dibattito. Possiamo distinguerne principalmente due di interesse brassicolo: il saccharomyces cerevisiae e il saccharomyces pastorianus.
La prima specie è quella dei lieviti cosiddetti “ale”, di grande importanza sia brassicola che enologica. Basti pensare che fino a 100 anni fa tutte le birre erano appunto “ale”, mentre tutti i vini ancora oggi sono fermentati in gran parte da questi lieviti sia che si tratti di fermentazioni indotte, sia che si tratti di fermentazioni spontanee. Il cerevisiae ha capacità  di sviluppo positiva a 37°, tuttavia la temperatura di fermentazione come già  accennato è più bassa e si assesta tra i 18° e i 23° con picchi più alti per determinati stili. A causa delle temperature elevate, questi vengono detti lieviti ad alta fermentazione, ma il motivo di tale nome va ricercato anche nel loro comportamento, infatti questi lieviti durante la fermentazione restano sospesi nel mosto e solo quelli morti o in stato di quiescenza si depositano. Differentemente reagiscono i lieviti “lager”, che invece continuano a fermentare anche depositatisi. Questi lieviti “lager”, sono proprio quelli della “seconda specie”, scoperta da Emil Hansen presso il birrificio Carlsberg e per questo originariamente chiamata “saccharomyces carlsbergenis” in seguito “saccharomyces uvarum”, mentre allo stato attuale tutti questi ceppi sono entrati a far parte del saccharomyces pastorianus. I “lager” sono decisamente più delicati dei primi, richiedono temperature di fermentazione inferiori (quindi lieviti a bassa fermentazione) che si aggirano sui 6° circa.

In generale i lieviti appartenenti al genere saccharomyces sono i migliori perché:
-sono molto alcooltolleranti;
-hanno un range di temperatura abbastanza largo;
-producono tramite fermentazione principalmente etanolo con pochi composti secondari;
-hanno un’ottima resistenza all’anidride solforosa, e ne producono una parte.

In campo organolettico invece, producono aromi estremamente vari atti a produrre diverse tipologie birrarie, anche a partire dallo stesso mosto. Lo stesso ceppo può essere adoperato a temperature diverse per avere (sempre sullo stesso mosto) risultati nettamente diversi.

Il processo di fermentazione non inizia all’inserimento del lievito nel mosto, infatti, dopo aver inoculato il lievito, possiamo distinguere diverse fasi successive. La prima fase è quella in cui i lieviti si “svegliano” passando da uno stato di quiescenza ad uno di attività . Iniziano quindi ad adattarsi al mosto (ph, temperatura, concentrazione di sali e sostanze nutritive), mentre una parte di essi, non attivandosi, muore e si deposita. Finita la fase di adattamento inizia quella di moltiplicazione che vede crescere in maniera esponenziale le cellule nel mosto, è questa anche la fase tumultuosa della fermentazione che può durare dalle 24 alle 96 ore. Durante questo periodo si ha la trasformazione della maggior parte degli zuccheri e contemporaneamente si inizia ad avere un numero sempre maggiore di cellule morte che si depositano sul fondo, fino a che non si passa alla fase di sovrafermentazione. (Queste fin qui destritte sono massime valide per tutte le fermentazioni, mentre la fase di imbottigliamento che è descritta a seguito è tipica di bevande alcoliche gasate.)
A questo punto è bene distinguere le due possibili procedure con i rispettivi pro e contro. Nelle produzioni professionali di birre principalmente a bassa fermentazione, si preferisce bloccare la fermentazione dopo la fase tumultuosa tramite shock termico, ed imbottigliare lasciando nel mosto zuccheri appena sufficienti alla carbonatazione. In questo caso, la birra viene imbottigliata senza aggiunta di zuccheri esterni, migliorandone quindi il perlage. àˆ deleterio, infatti, per il gusto finale del prodotto il contatto prolungato con i lieviti morti che può dare sapori sgradevoli in seguito all’autolisi degli stessi. E ancora, evitando la sovrafermentazione, si mantengono più vitali i lieviti rimasti in sospensione che dovranno carbonatare la birra verde.
Tuttavia in ambito casalingo non si dispone di strumenti molto precisi ed inoltre si ha a che fare con fermentazioni per lo più molto variabili, e diventa quindi pericoloso, difficile e scomodo imbottigliare per blocco della fermentazione. Si preferisce quindi la tecnica del priming che prevede il completamento della fermentazione e la successiva aggiunta di zucchero per l’imbottigliamento. E’, tuttavia, importante ribadire che il metodo da utilizzare per l’imbottigliamento è subordinato anche allo stile di birra che si vuole produrre, in linea molto generale, l’abbattimento di temperatura si effettua sulle birre lager, mentre il priming sulle ale.
All’imbottigliamento segue la fase della maturazione. Questa fase consta di due parti, una prima parte ha come scopo la carbonatazione tramite la fermentazione degli zuccheri residui o aggiunti al momento dell’imbottigliamento, dura circa due settimane, ed è bene che venga svolta ad una temperatura poco più bassa di quella di fermentazione per le ale o alla stessa temperatura di fermentazione per le lager; la seconda parte è invece la maturazione vera e propria, dura dai due ai 6 mesi (o più), a seconda dello stile, la temperatura richiesta è quella di cantina (10°-15°). Durante questa fase i sapori dei vari ingredienti si smussano e si amalgamano, il colore si stabilizza, il perlage si affina, i lieviti si depositano.
Solo alcune birre poi si propongono all’invecchiamento, con precauzioni simili a quelle per il vino. Infatti la maturazione per la maggior parte dei fermentati arriva ad un culmine dopo il quale il gusto inizia a perdere consistenza. Questa curva di evoluzione può in alcuni stili durare anche anni (addirittura decine di anni per partcolari birre).


Fonti:
Microbiologia e biotecnologia del vino di Carlo Zambonelli - edagricole




ho dovuto scrivere delle cose non del tutto corrette o cmq incomplete per amore del mio cervello, del mio esame e della sanità  mentale del membro esterno di scienze ;)

dr.korac aiutami tu! ;)
quando hai tempo e voglia e se vuoi naturalmente.

p.s. ogni consiglio /modifica/svilimento/accusa/lapidazione/quello che vi pare è accetto :D

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